Dove va la Fisioterapia? Check up di una professione che si prepara al futuro o cerca di farlo.
Puoi usare le tue capacità intellettuali, la sensibilità personale, la voglia di contribuire attivamente al progresso di una professione che ha un impatto sociale ancora troppo sottovalutato.
L’Ordine professionale: una cartina tornasole
Abbiamo guardato tutti con interesse l’istituzione del nostro Ordine professionale. Una volta passata la legge, tra chi festeggiava per il risultato storico e chi pensava a un nuovo pizzo di Stato, ci si avvicinava rapidamente alle nostre prime elezioni.
Il risultato? Un grande flop.
Il numero dei votanti imbarazzante.
Quel dato di scarsa affluenza avrebbe meritato un’analisi più attenta e seria. Perché in realtà definisce in modo inequivocabile “chi è la fisioterapia”: un essere mitologico che vive ogni cambiamento e nuova opportunità come un disturbo al suo sonnecchiare perpetuo, mentre sogna di essere migliore di quello che in realtà è. È una metafora triste ma realistica.
Solo ammettendo i nostri limiti possiamo evolvere come persone e come professionisti.
Si partiva da zero. Tabula rasa. Si poteva creare un Ordine moderno, in discontinuità con i carrozzoni istituzionali delle altre professioni sanitarie. E invece siamo ancora qui, dietro un video e una tastiera, a contestare l’operato o l’immobilità di mediocri burocrati che – al netto di poche eccezioni – rappresentano perfettamente la mediocrità diffusa della professione.
Qualcuno penserà che sia una visione esageratamente pessimistica, ma guardarsi allo specchio senza filtri ti offre una scelta: continuare a sonnecchiare sognando quello che avresti potuto essere, o uscire ad agire per raggiungere nuovi obiettivi. È una questione di attitudine e mentalità verso il miglioramento e la crescita. Ma i nodi da sciogliere non finiscono qui.
I fisioterapisti non sono uniti
Una verità che ha diverse cause, ma che poggia su un pilastro innegabile del genere umano: l’individualismo.
Pensiamo ognuno al nostro orticello. Accettiamo di campicchiare.
Il libero professionista che sbarca il lunario o poco meglio.
Il dipendente che arrotonda con le domiciliari in nero.
E poi, nelle pause o tornando a casa, commentiamo indignati sui social.
Questa è la verità.
Ah, dimenticavo. Ci sei anche tu, quello “diverso”. Quello che non rientra in questa categoria. Bene, parliamo anche di te e di me.
Le faide della fisioterapia
Le contrapposizioni all’interno della professione sono tante, ma per capirle bisogna partire dalle radici: la formazione universitaria.
Prima che l’osteopatia venisse riconosciuta come professione sanitaria, c’era un’occasione irripetibile: riformare in modo coraggioso il corso di laurea in fisioterapia. La mia proposta?
Un corso di 5 anni, “Scienze della Riabilitazione”, con biennio comune e poi tre percorsi di specializzazione:
- Fisioterapista Ortopedico
- Fisioterapista Neurologico
- Fisioterapista Osteopata
Un modello che avrebbe disinnescato molti conflitti, ma che avrebbe tolto rendite di posizione a chi difendeva poltroncine e status. E soprattutto avrebbe ridimensionato il business di tanti master e corsi post-laurea non solo in ambito fisioterapico, spesso più utili a generare fatturato che competenza reale. Percorsi di formazione che creano volutamente e scientificamente divisione. Oggi, in fase di selezione del personale, sempre più centri privati evitano di selezionare profili di Fisioterapista OMPT (Orthopaedic Manipulative Physical Therapist), perché rigidi mentalmente, con atteggiamenti saccenti ed enormi difficoltà a lavorare in team. Colpa della generazione o della formazione? Che la faida continui!
Radicalisti dell’EBM e Superficialisti
Queste sono le categorie più interessanti, e forse più pericolose, della nostra professione.
Da una parte ci sono i Radicalisti dell’EBM. Quelli del “EBM o morte”. Per loro un RCT ben fatto vale infinitamente di più del parere di un fisioterapista con trent’anni di esperienza clinica sulle spalle. Una certezza cristallizzata, scolpita nella pietra. Eppure, la verità è che non esiste una sola verità. L’equilibrio, la capacità di pensare in modo critico, dovrebbe contare più della necessità di difendere la propria idea. Idea che propria in realtà non lo è, ma è proposta da una fazione per la quale ci si espone in prima persona senza altri confronti. Sì accetta e ci si piega al pensiero dominante di una parte senza rendersene conto.
Se mettessimo una telecamera nascosta all’insaputa di un Radicalista dell’EBM, quanto radicalista sarebbe nella sua pratica quotidiana? È quasi una domanda retorica ma fa riflettere.
Poi c’è l’altro lato della barricata, forse ancora più dannoso: i Superficialisti.
Quelli che “la Tecar funziona” anche se la passano come un ferro da stiro senza nessun razionale clinico.
Quelli che vanno a fare il corso di manipolazioni ad alta velocità solo perché “fa figo”.
Quelli che oggi hanno scoperto che l’esercizio terapeutico è l’arma definitiva e quindi allestiscono una palestra, ma ignorano del tutto la scienza del dosaggio, della progressione e degli adattamenti neurofisiologici.
Creare percorsi terapeutici multi-metodica è la vera sfida clinica della fisioterapia del futuro.
Capire che una terapia fisica, anche senza una meta-analisi alle spalle, non è automaticamente inutile o solo placebo, ma può avere un fondamento clinico in funzione alle scienze di base (spesso sconosciute al fisioterapista medio).
Forse sto alzando troppo il livello del ragionamento? O forse sto solo ampliando quelle opportunità che una mentalità da “master universitario” tende a ridurre?
Oggi molti pensano che manipolazioni, Tecar o laser siano inutili. Che tutto stia solo nei fattori bio-psico-sociali e nel dosaggio dell’esercizio. Stiamo creando una nuova categoria di fisioterapisti “hands-off”: esercizio e alleanza terapeutica. Una vera e propria follia collettiva che potrà facilmente essere cavalcata dai laureati in scienze motorie e da psicologi e coach.
Poi così arriverà la rivincita dei massaggiatori e degli osteopati, che con le loro “mani più intelligenti” (e forse non solo quelle) sembrano più liberi di integrare tradizione e innovazione, senza vincoli ideologici.
Ora stai pensando: “Dai fenomeno, allora dicci qual è la soluzione.”
In realtà non ho la soluzione in tasca. Ce l’ho davanti agli occhi. La vedo ogni giorno nei centri che prosperano grazie ad un approccio multi-metodico e multidisciplinare.
Mentre tu confabuli con gli amici radicalisti o ti ossessioni a commentare i post di chi la pensa diversamente da te, c’è chi mette insieme i pezzi: invece di distruggere, crea. Invece di criticare, fa.
Unisce in un percorso terapeutico una manipolazione non come elemento centrale, ma come finestra terapeutica per modulare il sistema nervoso. Integra l’esercizio terapeutico con obiettivi specifici: forza, resistenza, corticalizzazione. E, nello stesso tempo, utilizza una terapia fisica per affrontare il problema anche dal punto di vista mio-fasciale.
Ma non finisce qui. Il paziente viene accompagnato in un percorso di salute più esteso e moderno, dove tecniche e servizi di medicina rigenerativa, bio-hacking sanitario e life style medicine completano il processo per il miglioramento e il mantenimento della salute.
Questa è la fisioterapia basata sulla ragionevolezza (EBR). 🙂
Un equilibrio tra evidenze, esperienza clinica e buon senso.
⚠️ La comunicazione in Fisioterapia merita un articolo a parte, perché è l’altro fondamentale pilastro trascurato dalla professione. Trascurato perché anche se il tema della comunicazione con il paziente è ormai sulla bocca di molti, i formatori con competenze reali sono mosche bianche. Si parla di fattori bio-psicosociali di Bias cognitivi ma si rimane troppo sulla teoria e, quando lo si fa, si consigliano solo tecniche primitive. Stiamo alla Ionoforesi della comunicazione!
Conclusioni e Casi studio: guardare fuori dai nostri confini
Se vogliamo capire dove va la fisioterapia, dobbiamo guardare a chi è già avanti. Non per copiare, ma per capire cosa significa essere protagonisti del cambiamento.
- UK – First Contact Physiotherapists e competenze avanzate
In Inghilterra i fisioterapisti sono la prima figura che un paziente incontra per i problemi muscoloscheletrici. Niente medico di base, niente giri inutili: vai direttamente dal fisioterapista.
Risultato: liste d’attesa ridotte, diagnosi più rapide, autonomia professionale riconosciuta. Un segnale forte di fiducia istituzionale che da noi sembra ancora fantascienza.
Ma non basta: con un master avanzato, i fisioterapisti britannici possono prescrivere farmaci e utilizzare tecniche invasive con aghi (dry needling, infiltrazioni limitate). Una dimostrazione plastica di come, quando si investe nella formazione universitaria e post-universitaria di qualità, la professione si emancipi davvero dal ruolo di “tecnico esecutore”. - Canada – Prescrizione e diagnostica
In diverse province i fisioterapisti possono prescrivere farmaci di base e richiedere esami diagnostici. Non si tratta di rubare competenze ai medici, ma di alleggerire il sistema e dare risposte più veloci al paziente.
In Italia siamo ancora a discutere se un fisioterapista possa modificare un piano terapeutico prescritto da un medico che, nella maggior parte dei casi, non vede il paziente da settimane. - USA – Tele-rehabilitation & Wearables
Negli Stati Uniti la tecnologia non è un optional, è parte integrante della pratica clinica. App dedicate, piattaforme di tele-riabilitazione, sensori di movimento e intelligenza artificiale che guidano il paziente nell’esercizio e non solo.
Il fisioterapista non viene sostituito, ma potenziato. Il valore aggiunto non è “fare l’esercizio al posto del paziente”, ma progettare, monitorare e adattare percorsi grazie ai dati. - Spagna – Fisioterapia Invasiva
In Spagna, già dal percorso universitario di 4 anni, i fisioterapisti sono formati per eseguire trattamenti invasivi come la elettrolisi percutanea ecoguidata. Una tecnica che agisce direttamente sui tessuti danneggiati, con una preparazione accademica e pratica solida alle spalle.
Questo significa riconoscere alla fisioterapia competenze che in Italia ci sogniamo, perché qui continuiamo a dibattere se sia o meno “lecito” utilizzare la fisioterapia eco guidata nonostante le sentenze. È la dimostrazione concreta che quando lo Stato investe nella formazione avanzata e nell’autonomia, il fisioterapista diventa davvero un punto di riferimento clinico. - Italia – Cliniche Verticali
Anche nel nostro Paese esistono modelli virtuosi. Centri che hanno smesso di essere generalisti e hanno scelto la strada della specializzazione: cliniche della spalla, del ginocchio, del pavimento pelvico.
Una scelta coraggiosa che ha cambiato reputazione, attratto pazienti in target e migliorato la sostenibilità economica. Piccole isole di innovazione in un mare ancora troppo grigio di improvvisazione.
Questi esempi ci ricordano una verità scomoda:
la fisioterapia può evolvere, ma solo se si ha il coraggio di cambiare prospettiva.
All’estero si parla di autonomia, tecnologia, invasività, fiducia.
Da noi, troppo spesso, si parla ancora di “chi ha ragione su Facebook”.
Ma se continuiamo così, dove va la Fisioterapia?
Luca Luciani
